LA VOCE DEL DIRETTORE

A cura di:

  • 18/02/2020

    ​​Assonime pubblica l'articolo che il Direttore Generale Stefano Micossi ha scritto per il sito InPiù.

    Le politiche economiche e istituzionali che ostacolano gli investimenti

    La crescita è bassa in Europa ma sta di nuovo evaporando in Italia. Lo scarto tra noi e i partner europei si aggira intorno a 1 punto percentuale di Pil, uno loro e zero noi. Ora il governo parla di nuove misure espansive, ma non solo non ha più soldi da spendere, sembra sfuggirgli che la nostra cattiva performance ha ragioni specifiche nelle politiche economiche e istituzionali. Gli ultimi governi - Renzi e Gentiloni, e poi il governo gialloverde e ora quello giallorosso - hanno continuato a distribuire denaro per consumi e a penalizzare le imprese e la domanda di investimento. Le tasse sulle imprese per cassa sono aumentate nelle due ultime leggi di bilancio per 10 miliardi; chiamano riduzione del cuneo fiscale una nuova distribuzione di denaro con l'aumento del bonus renziano.

     

    L'Anas si è visto "definanziare" 1,8 miliardi di opere per coprire il reddito di cittadinanza, bloccando oltre 200 cantieri. La ricerca spasmodica di entrate ha condotto a nuove barocche misure che rendono impossibile la vita delle imprese, come abbiamo documentato la settimana scorsa su InPiù. Più importante, i trasferimenti alle famiglie sono stati finanziati in deficit, ogni anno spingendo il disavanzo fino al limite massimo tollerato dalla Ue e continuando a rimandare a un futuro indeterminato la riduzione del rapporto debito-Pil. Quota 100 minaccia la sostenibilità del sistema pensionistico.

     

    Così lo spread sui nostri titoli resta il doppio di quello di Spagna e Portogallo - un impatto pesante su costo e disponibilità di credito - e assistiamo a un vero e proprio crollo degli investimenti delle imprese, che temono altre tasse quando la riduzione del debito non potrà più essere rinviata. Sul mercato del lavoro, l'attuazione delle misure di mobilità che dovevano completare il Jobs Act renziano è congelata per l'opposizione del sindacato e di molta parte del mondo politico; la Corte Costituzionale ci ha messo del suo, con una sentenza sciagurata che con motivazioni formalistiche ha cancellato la certezza del costo dei licenziamenti introdotta col Jobs Act. Mentre si moltiplicano i segni che nel Mezzogiorno il reddito di cittadinanza incoraggia la gente a restare a casa o, al meglio, a sommergersi nell'economia nera.

     

    Dell'attuazione della contrattazione decentrata dei salari, necessaria per riportare il costo del lavoro in linea con la produttività, sembra persa la memoria anche tra le organizzazioni imprenditoriali. La ciliegina sulla torta è un sistema di controlli preventivi su appalti di opere e servizi che blocca inesorabilmente ogni decisione, mentre la politica si sciacqua la bocca un giorno sì e l'altro pure con promesse di faraoniche opere pubbliche per le quali non sono state appostate le risorse in bilancio. E' chiaro che una continuazione delle politiche attuali non ci lascia speranza: il richiamo alla realtà rischiamo di riceverlo dai mercati finanziari.

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